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Adolescenza e autolesionismo

L’autolesionismo è un fenomeno molto diffuso tra gli adolescenti, la cui efficacia aumenta la possibilità di rimetterlo nuovamente in atto, e quindi favorisce l’instaurarsi di circoli viziosi che mantengono il problema nel tempo...
DAI NOSTRI PARTNERS - Col termine  autolesionismo si fa riferimento a tutti quei comportamenti deliberatamente orientati al provocarsi dolore fisico. Questi comportamenti non hanno a che fare necessariamente con tentativi di suicidio o desiderio di togliersi la vita e includono, ad esempio, il tagliarsi la pelle con diversi tipi di oggetti affilati, l’infliggersi bruciature e marchiarsi con sigarette.
La messa in atto di autolesionismo consente di focalizzare la propria attenzione sul dolore fisico. Le motivazioni sottostanti sono in genere relative alla necessità di uscire da uno stato percepito di profondo vuoto e riconnettersi alla realtà, oppure alla gestione di stati emotivi spiacevoli percepiti come altrimenti non maneggiabili: il comportamento autolesionistico sposta così l’attenzione dal dolore emotivo a quello fisico, vissuto come più tollerabile; questo, in un primo momento, allenta la tensione: genera sollievo allontanando esperienze emotive che non si vogliono sperimentare; tuttavia, in un circolo vizioso, rischia di generare nuove esperienze emotive spiacevoli, generalmente a contenuto di senso di colpa e vergogna, per aver messo in atto il comportamento.
L’autolesionismo è un fenomeno molto diffuso tra gli adolescenti, la cui efficacia aumenta la possibilità di rimetterlo nuovamente in atto, e quindi favorisce l’instaurarsi di circoli viziosi che mantengono il problema nel tempo.
È un fenomeno molto diffuso tra gli adolescenti che permette di concentrarsi sul dolore fisico per non sentire il dolore emotivo, in un atto comunicativo.

Le condotte autolesive possono verificarsi per:
• Un senso di profondo vuoto interiore, soprattutto nei gravi disturbi di personalità e negli stati dissociativi dovuti a gravi traumi o abusi. La pratica di ferirsi diventa un’esperienza che riconnette con la vita: la vista del sangue e la sensazione dolorifica del corpo riconduce alla realtà dopo che la mente, ferita e traumatizzata, si stacca dall’esperienza attuale.
• Il sentirsi soli, non avere un luogo dove rifugiarsi nei momenti difficili, di tristezza, di rabbia o di solitudine, il ferirsi diventa la miglior strategia usata per scaricare la tensione insopportabile provocata da questi stati d’animo, o per illudersi di poterle controllare anziché esserne travolti. Subito dopo essersi feriti, la sensazione provata è di sollievo, di pace, di liberazione. Ma, queste emozioni positive, subito dopo cedono il passo a quelle negative tra cui emergono il rimorso e la vergogna.

Quindi, pensare di smettere di tagliarsi richiede un enorme atto di volontà, derivante indubbiamente da un aiuto proveniente da un esperto, che possa portare a trattare la sofferenza con altre modalità.
Una tra tutte è gestire e tollerare la rabbia provata, la frustrazione e la solitudine, senza agire contro se stessi.
Esistono dei segni inequivocabili, che fungono da campanello d’allarme, e sono:


• portare maniche lunghe anche fuori stagione o vestiti eccessivamente coprenti anche se non necessari;
• macchie di sangue sui vestiti;
• Isolamento, passare molto tempo in camera chiusi o in bagno;
• avere accesso a molti oggetti acuminati o lamette, pezzetti di vetro o di ceramica, coltellini;
• eccessiva irritabilità, rabbia frequente, agiti e scarso controllo di forti emozioni.
Per ulteriori informazioni:

Dott.ssa Margherita Zambruno Psicologa, Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale
Tel 339 3171610
Riceve su appuntamento presso gli studi di Alessandria e Novi Ligure
 
12/12/2017
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