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Opinioni

Non sarà un’avVentura

La mancata qualificazione della nazionale ai Mondiali di calcio ha generato un’ingente perdita economica per la federazione italiana e arrecato un clamoroso danno di immagine a tutto il movimento
ALESSANDRIA - La mancata qualificazione della nazionale ai Mondiali di calcio ha generato un’ingente perdita economica per la federazione italiana e arrecato un clamoroso danno di immagine a tutto il movimento. Ma ha anche rovinato i piani di chi immaginava di dedicare i mesi estivi del 2018 a gustosi giochi di parole basati sul cognome del CT. Magari saccheggiando il testo della colonna sonora di Italia ’90, nel quale gli ignari Edoardo Bennato e Gianna Nannini offrivano non pochi spunti: “Ma voglio viverla così, quest’avVentura / senza frontiere e con il cuore in gola”; “E negli occhi tuoi, voglia di vincere / un’estate, un’avVentura in più”.

E invece, già nel formulare il titolo di questo articolo, ci tocca riadattare un evergreen di Lucio Battisti per rassegnarci al fatto che la grande kermesse pallonara del prossimo anno farà il suo corso senza gli Azzurri. Concludendo con le facezie, può parzialmente consolarci il ricordo che una sVentura del genere è capitata, in un recente passato, a nobili rappresentative come la Francia, costretta a saltare l’edizione americana del 1994, e l’Inghilterra, esclusa dagli Europei del 2008. E che nel nuovo millennio la nazionale olandese, pur potendo contare su alcuni campioni dal talento cristallino, ha più volte marcato visita.

La complessità del girone di qualificazione, dominato da una Spagna decisamente ispirata, può spiegare solo in parte la debacle azzurra. E della rovinosa partita di Madrid, dove è per molti versi iniziato il declino, non si può onestamente contestare il risultato negativo. Ma, piuttosto, l’abisso fra la baldanza con cui ci si è presentati al Bernabeu e l’arrendevolezza mostrata contro avversari certamente superiori per tasso tecnico, ma che – come dimostrato anche dai club italiani tatticamente più accorti dell’ultimo decennio – possono essere limitati e qualche volta addirittura battuti.

Il fallimento decretato dalla sconfitta nel playoff con Svezia può essere collegato, in linea generale, alla condizione di incertezza che avvolge in questi anni il mondo del calcio, sul quale si riflettono, peraltro, le carenze programmatiche e strategiche che zavorrano la società italiana nel suo complesso. Prendiamo dunque atto dell’approssimazione che regna nella politica calcistica, popolata da figure per lo più anonime e dalle dubbie competenze, e suscettibile di produrre difetti strutturali nel medio-lungo periodo. Ma ci sembra francamente esagerato additarla come principale ragione che ha impedito di perforare la neanche troppo arcigna difesa svedese. E, ancora prima, di scongiurare un imbarazzante pareggio casalingo con la Macedonia.

Sarebbe invece più opportuno interrogarsi sul reale valore di calciatori che militano prevalentemente nel campionato italiano, la cui competitività non è fra le più elevate, come testimoniano – salvo qualche rara eccezione – le deludenti performance nelle coppe europee. E che spesso, quando tentano la sorte all’estero, godono di scarsa considerazione e maturano presto il desiderio di rimpatriare. Ciò non toglie che, soprattutto nell’ultima generazione, emergano potenzialità da sviluppare e sfruttare meglio di quanto accaduto finora.

In un contesto non particolarmente florido, dunque, è decisiva la scelta di un CT che – a differenza di quello uscente – abbia esperienza e status internazionale per ricoprire proficuamente il ruolo. È improbabile che, nel calcio del XXI secolo, a tale identikit corrispondano figure che hanno trascorso un’onesta carriera fra serie A e B, o – per confutare definitivamente il “lodo Bearzot” – i tecnici delle nazionali giovanili, cresciuti nel laboratorio federale e al di fuori delle competizioni più stimolanti. Non è casuale che negli ultimi 25 anni l’incarico sia stato affidato, talvolta con grande successo, ad allenatori diversissimi fra loro, ma comunque già cimentatisi ad alto, se non altissimo, livello. Con l’eccezione di Cesare Maldini, trionfatore nello spareggio del 1997 con la Russia e artefice di un dignitoso Mondiale in Francia, il quale tuttavia è stato – obiettivamente – l’ultimo, pittoresco e grandioso esponente di un’umanità calcistica ormai estinta.
19/11/2017
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